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Scriverei di lande sconfinate
sol gravide di pulviscolo e silenzio,
del polline ch’esile si deposita
sul fondo d’un crepaccio marcito al sole,
dell’assenza, impavida e solenne,
che strazia i mattoni d’un casolare diroccato.
Scriverei del rimbombare sordo
di passi che trovano a tentoni l’asfalto,
delle tapparelle serrate, mute,
che puntellano ogni strada di Milano,
dei lampioni spenti, dei motorini parcheggiati,
dell’acqua immobile del Naviglio Pavese,
della brezza secca che mi riempie i polmoni
mentre la città, vedova di respiri, m’osserva.
Scriverei delle placide onde lacustri,
traslucidi simulacri d’oceani remoti,
dello strepitio scorbutico d’un germano
e della coltre d’ombra che lo cela,
dei sottili rintocchi di stupore
di chi scopre una terra straniera e,
scoprendone i ruderi alla luce del sole,
ne compatisce i dolcissimi strazi.
Scriverei di queste
e d’altre mille solitudini
ma dalla strada,
oltre lo spesso vetro che ci separa,
il rumore dell’umanità
che senza me vibra
non smette d’alzarsi.